Lu Pizzico

“In questo pianeta birichino voglio pensarla a modo mio”

Archivio per Settembre 2008

HAN VUELTO!

Pubblicato da GiaNN su Settembre 15, 2008

Sono tornati, finalmente!!! Chi??? Pulpul, Pipi, Joxemi, Julio, Kogote, Luis Mi, Txikitin, e Gari, meglio noti come Ska-P.

Dopo tre anni di assenza, dopo uno scioglimento temporaneo, la ska/punk band spagnola torna con un nuovo album e un nuovo tour mondiale, che prevede, per adesso, anche una data italiana, il 13 dicembre al Datch Forum di Milano (prevendite già disponibili da maggio su ticketone), evento assolutamente imperdibile per i fan della band e gli amanti del genere.

L’album, intitolato Lagrimas y Gozos, uscirà il 7 di ottobre e il singolo di lancio sarà provocatorio, rivolto contro la Chiesa e alla presenza in essa di sacerdoti pedofili. Chiesa presa già di mira in altre canzoni in passato, come Sexo y Religion. Del resto gli irriverenti Ska-P hanno fatto spesso discutere per i temi delle loro canzoni. Vedremo se sarà così anche con questo lavoro, che comprenerà 12 brani inediti.

Intanto, per rinfrescare un po’ la memoria, ecco di seguito alcuni video dei loro successi, anche con alcune immagini tratte da qualche live, tanto per farvi capire come farà tremendamente caldo a Milano a dicembre…

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LA CASERMA DEGLI ORRORI

Pubblicato da GiaNN su Settembre 14, 2008

“La torta al cioccolato
Quando mi hanno presa per un braccio. E’ in quel momento che tutto ha avuto inizio. Una mano mi ha afferrata forte, poco sotto la spalla. In realtà non ho sentito vero dolore. Cioè, niente che poi abbia lasciato lividi, o graffi, un qualche arrossamento della pelle. Nessun segno, davvero. Però una sensazione precisa e strana. Qualcosa di buio. Un male profondo. Come l’alito d’una bestia crudele. Come una scossa elettrica. Come una puntura velenosa. E’ cominciato esattamente allora, mi ricordo bene. Non un minuto prima. Non quando mi hanno legato le mani dietro la schiena. Neppure quando la poliziotta mi ha colpita con un pugno. Mi si è avvicinata e credevo sorridesse, ho pensato: finalmente, una donna. Lei capirà, mi porterà via. Invece le orecchie hanno cominciato a ronzare. Il sapore ferroso del sangue in bocca. Non è stato quando mi hanno portata via, in quell’auto senza sedili. La testa che sbatteva da una curva all’altra. L’aria che mancava. Ma non è stato allora. Posso giurarlo. Perché il male è arrivato dopo. Dopo, quando la macchina è arrivata a Bolzaneto. Dopo, quando mi hanno presa per un braccio.

Valérie Vie è stata la prima a violare la Zona Rossa. La prima ad essere arrestata. La prima a venire accompagnata nel carcere provvisorio genovese. Caserma Nino Bixio, Bolzaneto. Era in cucina, stava preparando una torta al cioccolato per i figli, guardava la televisione. Ha visto quelle grate assurde. E tre giorni più tardi, alle 15.30 di venerdì 20 luglio 2001, una mano l’afferra forte.

Qualcuno che mi prende, che mi trascina fuori dall’auto della polizia. Siamo arrivati, è chiaro. Attraverso i vetri ho intravisto un piazzale e quella che mi sembrava una piccola folla. Ero confusa, spaventata. Si è aperta la portiera. Quella sulla destra. E mi hanno afferrato. Era una splendida giornata di sole, il riverbero mi ha costretto a chiudere gli occhi. Non so quando sia durato, quanto dura di solito? Un paio di secondi. Uno, due. Buio. Luce. Intorno a me vedo solo uomini. Immobili. Come una folla dipinta in una piazza dipinta. In borghese, in divisa. Intorno alla macchina, sui gradini di un edificio poco lontano. Potrebbero essere cinquanta, o forse mille. Vorrei contarli ma non ci riesco. Mi guardano tutti, nessuno apre bocca. Non arrivano segnali e allora provo io a pensare, ad essere razionale. E quello che mi viene in mente è paradossale. Perché razionalmente vedo dei manichini. Quei guerrieri di terracotta cinesi, è chiaro di cosa sto parlando? Non umani. Senz’anima. E’ una situazione assurda, mi dico. E la cosa più assurda è proprio quel silenzio. E’ un film, è un palcoscenico, è una presa in giro? Perché quegli uomini mi guardano così? Scarto subito l’idea di essere diventata sorda.

Nelle orecchie mi è rimasta l’eco della portiera della macchina che si chiude. Vedo delle aiuole poco lontano, e con tutto quel sole per una frazione di secondo immagino di ascoltare le cicale. Magari il canto di un uccellino. Invece no. Solo il silenzio. Gli sguardi su di me. Manichini, statue. E quella mano che mi tiene stretta. Che si impadronisce di me. L’inquietudine arriva così, mi sembra di sentire addosso l’odore del pericolo. Io sento che sta per cominciare qualcosa di pericoloso.

Valérie non sa di essere il primo prigioniero del G8. Valérie non sa nulla. E’ un alieno, per tutti quegli agenti che l’attendevano. E che ora la scrutano, l’annusano. Sospettosi, ancora prudenti ma avidi di capire. Ci vorrebbe un bastone, per toccarla. Meglio una lunga canna. Per irretirla, ed osservarne la reazione. Come si fa con un animale sconosciuto. Con un nemico. I tre lunghi giorni di Bolzaneto stanno per cominciare.

La poliziotta e il suo collega, quelli che mi avevano portato fino lì, sembrano spariti. Forse la macchina è già andata via, io ormai sono entrata in un’altra galassia. E c’è questo agente grande e grosso. Che mi tiene forte. Che naturalmente non parla. Mi spinge in direzione di un edificio di fronte a me. La sensazione di paura sembra salire, e allora mi ripeto di stare calma. Adesso arriverà un ufficiale, recito mentalmente. Mi chiederà i documenti e gli spiegherò tutto. Speriamo sia una persona giovane, speriamo che capisca. Lo scoprirò subito, mi dico, me ne accorgerò dalla sua espressione. Ma capirà, ne sono certa. E fra dieci minuti sarò fuori di qui. Mezz’ora, al massimo.

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Ecco, è entrata. Ma nessuno le rivolge la parola. Nessuno rompe quel silenzio assurdo. Valérie adesso è in cella, il volto contro il muro.

E allora aspettiamo, dico. Forse dovranno parlare con quelli che mi hanno fermato, forse stanno cercando un interprete. O magari l’ufficiale sta riposando. Con questo caldo… Sicuro, dev’essere così: stava riposando. Ora hanno bussato alla sua stanza, lui si riveste e scende. Scende fino alla cella, mi stringe la mano e mi chiede: cosa è successo, madame?
Passano i minuti. Silenzio. Silenzio. Silenzio.
Sono così immersa nei miei pensieri. Così immersa, distante. Rifletto su quanto sia grottesca questa situazione. Perché la ragione ancora prevale. Sono così immersa – dico – che neppure mi accorgo che nella cella adesso c’è un’altra persona. E’ una ragazza. Giovane, meno di trent’anni. Bionda, forse tedesca. Mi dà le spalle. Sembra sussultare. Ma cosa fa, piange? Piange, singhiozza. Provo a comunicare in inglese, che ti è successo? Appoggia la fronte al muro, e piange.

Non fare così, non siamo nel Medioevo. Trema. Avanti, staccati da quel muro, va tutto bene. Va tutto bene, non avere paura. No. No, mi risponde. Non va tutto bene. Lasciami così, ti supplico. Mi hanno ordinato di stare così. Faccia contro il muro, gambe divaricate, faccia contro il muro. Ti hanno ordinato? E fai attenzione, bisbiglia: mettiti così anche tu, altrimenti saranno guai. Vorrei rispondere a questa ragazza, vorrei spiegarle che non c’è motivo di preoccuparsi.

Vorrei prometterle che non siamo in pericolo, vorrei abbracciarla. Ma non muovo un muscolo. Ma non mi esce una sola parola di bocca. Anche io, adesso, sto in silenzio. Paralizzata. Perché temo di aver compreso. Perché adesso sono consapevole che la situazione è molto più grave di quanto avessi immaginato. Perché qualche minuto dopo arriva e mi prende, senza nessun motivo. Il terrore.

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Da dove dovrei cominciare? Dalla stretta al braccio, d’accordo. Perché quello è l’inizio di tutto. Ma dopo, dico. Devo raccontare le manganellate. Oppure gli schiaffi, i calci. L’umiliazione di spogliarsi davanti a uomini e donne che ridono di te. Che ti guardano, che scrutano ogni centimetro del tuo corpo, che ti penetrano con i loro occhi. Tu sei nuda, e ti senti così fragile. Sola. E tutto intorno a te è sporco, corrotto, nero. Appoggi i piedi sul pavimento e ti fa schifo, ti spingono da una parte all’altra e ti fa schifo, ti ticono alza braccia, e girati, e allarga le gambe, e accucciati e ti fa schifo. Vorresti solo gettarti a terra, perdere conoscenza. Dormire. E scoprire che era tutto un sogno. Forse potrei parlare di uno, che era finito lì dentro solo per essere identificato. Voleva il suo nome, tutto qui. L’hanno picchiato, l’hanno umiliato. E poi: scusa tanto, è tutto a posto. Puoi andare. Quella è l’uscita. E lui è andato fuori, e non sapeva che fare.

Era buio, non c’erano indicazioni. E’ tornato indietro. Gli hanno detto: tranquillo, vai a destra e cammina per un paio di chilometri. Troverai il centro. Naturalmente, era dall’altra parte che doveva andare. O devo dire del sangue, di ragazzi grandi e grossi che piangono e tremano, che obbediscono terrorizzati – come automi – ad ogni ordine. Della notte passata abbracciati, a darci un po’ di coraggio. E quei mostri che trascinano i loro caschi contro le sbarre delle celle, o s’affacciano all’improvviso alla finestra e cominciano ad urlare. A fare versi di animali. A grugnire come maiali. E a ridere.

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No, forse è meglio tornare ancora indietro. Scappare via con l’orologio del tempo. Facciamo che siamo ancora all’inizio del pomeriggio di venerdì. Che non mi hanno portato a Bolzaneto. Che sono in piazza Dante, insieme ai francesi di Attac e a centinaia di persone che protestano. Davanti a noi, quelle stupide grate.

L’obiettivo lo sapete. Volevamo ritrovarci, e dire che un altro mondo è possibile. Volevamo entrare, oltre la Zona Rossa, volevamo spiegare a tutti i politici che non è vero quello che dicono. Non è vero che non ci sono alternative. Perché loro si giustificano così: purtroppo non possiamo fare altro, amici, compagni, sarebbe bello cambiare – siamo tutti d’accordo, miei cari: chi non vorrebbe un mondo migliore – ma disgraziatamente non ci sono alternative. Invece no.

Si può cambiare, eccome. E loro lo sanno benissimo. Dunque, volevamo entrare. Abbiamo cominciato a spingere, a spingere. Come è successo che sono stata la prima? Beh, è abbastanza semplice da raccontare. Avete presente un barattolo di quelli sotto vuoto? Marmellata, verdure sott’olio, conserva di pomodoro.

Fa lo stesso. Allora: c’è questo barattolo, e naturalmente non si apre. Chiami tuo marito, che prova a svitarlo. Non ce la fa, s’arrabbia. Chiede uno straccio da avvolgere, perché scivola. Ci riprova. Bestemmia. Niente da fare. Arriva un altro uomo. Il nonno. Svita, svita. Niente. Ma dove ce l’hai la forza, ma lascia fare a me, ma passami questo barattolo. Arriva il figlio maggiore, il fratello. Insomma. Uomini, uomini, uomini. Quando il più intelligente di loro – sconfitto, esasperato – propone di prendere le pinze o peggio ancora un martello, sai che tocca a te. Che ci devi riprovare tu. E il barattolo – tlac! – magicamente si apre. Bastava ancora una piccola pressione. Ecco, quel pomeriggio è andata così. Che hanno spinto in quattrocento per più di un’ora. E ad un certo mi sono trovata lì, davanti a tutti. Ho appoggiato le mani e la grata di è aperta. Tlac. Come un barattolo di marmellata.

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A Bolzaneto sono arrivata venerdì pomeriggio. Me ne sono andata domenica notte. Mi hanno fatto male. Male dentro. E perché? Perché avevo fatto un passo in avanti, a braccia alzate. Ho visto un ragazzo per terra in un corridoio. Privo di conoscenza. Era a faccia in giù, in una posizione così innaturale – come disarticolato – che ho pensato: questo è ubriaco fradicio. Lo so che è una sciocchezza, però ho pensato che fosse sbronzo. E poi ho scorto il sangue che gli usciva dalle orecchie. Fuori dalla cella ne ho visto pestare uno di brutto. Pugni, calci, bastonate.

Sembrava un fantoccio, ad un certo punto ha smesso persino di provare a ripararsi dai colpi con le braccia. Uno dei poliziotti ha ’sentitò che qualcuno li stava osservando. Ha alzato lo sguardo, ha incrociato il mio. E’ entrato in cella come una furia, mi ha preso per il collo, mi ha sbattutto con la faccia al muro. ‘Ti ho detto che devi stare ferma!’, ha ringhiato. Ho pianto. Ho pianto perché avevo vergogna di me stessa. Perché quando sono entrata in quella prigione ho guardato con stupore quella ragazza che mi diceva di stare zitta e buona. L’ho giudicata. Qui non siamo nel Medioevo, tu sei un essere umano, dov’è la tua dignità? Ma mezz’ora più tardi ero come lei. Stavo zitta, e pensavo solo a sopravvivere. E questo è il male più grande che mi hanno fatto, perché quel rimorso me lo porto dentro. Ce lo portiamo dentro tutti.

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Dove ero rimasta? La griglia che si apre di mezzo metro. Giusto lo spazio per infilarmi. Diciamo che è stato come essere a teatro. Le tende che si aprono, il palcoscenico. S’accendono le luci. Tutti hanno fatto un passo indietro, ma qualcuno doveva entrare in scena. E’ toccato a me. Ho pensato che avevamo vinto. Che bastava fare ancora un piccolo passo per smascherare questa parodia. Ho capito che era l’istante da vivere. E’ stato come quando vedi dei bambini che attraversano la strada. E tu fai un passo in avanti, istintivamente.

Ero a fianco di Joseph Bové, dietro di me c’era una delle madri di Plaza de Mayo. Ho fatto un passo ed ero felice. Nell’altro mondo. Nella Zona Rossa. Non so quanto tempo sia passato. Qualche secondo, credo. Sono arrivati degli uomini in divisa, con i caschi e le maschere anti-gas. Mi hanno portato lontano, io ho alzato le braccia perché tutti mi vedessero. Perché tutti mi seguissero. E’ fatta, mi sono detta. Adesso anche gli altri entreranno da nuovi varchi. Adesso gli abbiamo dimostrato come erano ridicoli, con queste barriere, con le loro assurde gabbie. Adesso ci riceveranno i rappresentanti degli Otto. Parleremo, parleremo, parleremo. Capiranno l’assurdità di questo isolamento. Adesso succederà tutto questo. Invece no.

E’ alta, sottile, ha modi gentili e pacati. Valérie avuto un’infanzia difficile, dice. Oggi ha quarant’anni, tre figli. Vive non lontano da Avignone, fa la giornalista. Nella sua famiglia ci sono stati molti poliziotti, conosce bene i meccanismi di chi veste la divisa.

Me ne ricordo uno, a Bolzaneto. Credo sia quello che ha avuto la condanna più pesante. Aveva una faccia da brav’uomo. Gli occhi chiari, lo sguardo fermo. Robusto, calvo. Sapeva un po’ di francese. Uno con cui si potrebbe parlare a lungo. Ma lontano da quella caserma. Là dentro mi ha preso il passaporto, lo ha sfogliato. Mi ha mostrato le fotografie dei bambini. ‘Li vuoi davvero rivedere? Allora firma questo verbale.

Altrimenti gli puoi dire addio’. Così mi ha detto, quel brav’uomo. Voleva farcela pagare, ecco. Non mi chiedete perché. Voleva punirci. Lui, gli altri. Dicevano: i ‘rossì li trattiamo così, in Italia. Chiedevi un avvocato e si mettevano a ridere. ‘Devi firmare’, mi diceva. Con quegli occhi dolci. Quel sorriso paterno.
Non lo sapevo di essere la sola, dentro la Zona Rossa. Non lo sapevo che avevano subito chiuso il varco, che li avevano ricacciati indietro. Non lo sapevo che mi avrebbero portato a Bolzaneto. Non lo sapevo ed ero tranquilla. Anche se mi guardavano male, anche se mi spintonavano lontano da lì. Mi hanno consegnato a degli agenti in borghese, poi è arrivata quella strana macchina. E la poliziotta. Che mi ha tirato un bel pugno in bocca, senza motivo. Mi hanno legato le mani dietro la schiena, e sono finita in macchina, Una strana vettura, senza sedili, con dei vetri scuri. Avevo la sensazione di soffocare, ma un secondo agente, quello che si è messo al volante, mi ha fatto segno che sul pavimento c’erano dei buchi per l’aria. Abbiamo attraversato la città, ho scorto il centro storico e il porto di Genova. Mi sono commossa, mi è sembrata una città bellissima e ho pensato come sarebbe stato bello venirci per un gita. Forse era esattamente questo, che i poliziotti avrebbero voluto dirmi: qui non ci dovevi venire, per manifestare. Sei venuto, e ora ti meriti tutto ciò. La prossima volta vieni per visitare la città, sarà meglio.” (fonte: La Repubblica)

Quello che avete letto è un estratto del secondo capitolo del libro “Bolzaneto. La mattanza della democrazia” di  Massimo Calandri, libro che da oggi si trova in libreria, dove vengono raccontate le testimonianze di quanto accadde nella caserma di Genova-Bolzaneto durante il G8 nel 2001, nella quale vennero compiute vere e proprie torture (secondo quanto stabilito anche dalla recente sentenza).

Perchè per certe cose siamo ancora nel medioevo…

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GIOCHI PERICOLOSI

Pubblicato da GiaNN su Settembre 9, 2008

BOLOGNA - E’ stato fermato nella notte, con l’accusa di omicidio preterintenzionale, Michele Tropper, il trentacinquenne che ieri, durante un gioco erotico di sottomissione, ha provocato il decesso di un 31enne triestino di nome Andrea. L’uomo, così femminile da sembrare una donna (anche ai militari che l’hanno ritrovato) è morto soffocato legato a un albero con una catena nel giardino di una casa a Passo Segni di Baricella, nella Bassa bolognese.

La dinamica del “gioco”. Tropper ha ammesso di aver gradualmente soffocato la vittima, in abiti femminili, stringendo la catena al collo su richiesta del giovane. La pratica però sarebbe andata oltre il limite e l’uomo avrebbe perso la vita. Dopo diverse versioni, verso le 4 della scorsa notte, l’uomo è crollato. Andrea, secondo il racconto di Tropper, lo avrebbe convinto a legarlo all’albero del suo giardino con quattro giri di spessa catena. Lo scopo era provocare l’ipossia. Ma Andrea si è accasciato.

Il tentativo di inscenare un suicidio. Resosi conto di quello che era successo, Tropper ha chiamato sia il 113 che il 118 e poi i cugini, che vivono vicino a lui, sostenendo che l’”amica” si era suicidata. Ma alla fine ha confessato, spiegando di aver messo le chiavi delle manette – che bloccavano le caviglie del compagno – nelle mani di Andrea, per far credere proprio a un suicidio. Ma è apparso subito chiaro che era impossibile che il ragazzo si fosse legato da solo. Tropper, che ha affermato che manette e catene erano state portate dal partner, teneva nell’auto libri con immagini di pratiche sessuali estreme.

L’incontro fra i due. Il 35enne, ora nel carcere bolognese della Dozza, al pm titolare dell’inchiesta Lorenzo Gestri ha raccontato di aver conosciuto il giovane in una chat, intorno ad aprile. Michele cercava un grafico per disegnare la copertina del suo disco, e Andrea (che si faceva chiamare da tutti Alice) si era presentato come tale. Dopo un primo incontro a Trieste, i due si erano poi visti a Bologna, dove “Alice” (che al partner occasionale aveva detto di avere 19 anni) si faceva ospitare da Michele nel casolare teatro della sua morte. Lì Tropper accudiva il padre disabile, che al momento della tragedia, avvenuta in giardino, era in casa.


Una vita difficile. Sempre stando al racconto di Michele, “Alice” gli avrebbe detto di essere un ermafrodita e di avere 19 anni, una vita difficile alle spalle e diversi problemi di salute. Ma, da quanto hanno spiegato, agli inquirenti, i parenti della vittima, Andrea aveva già ottenuto l’autorizzazione del tribunale per cambiare sesso. Secondo Michele era stata proprio “Alice” ad introdurlo al “bondage” (una pratica sessuale basata su costrizioni fisiche, come catene o bavagli) facendogli vedere filmati e foto. Tropper ha negato che tra loro ci siano mai stati atti sessuali completi, ma gli inquirenti vogliono verificare la sua versione e se effettivamente fosse estraneo a queste abitudini sessuali.

L’accusa. Tropper, difeso dall’avvocato Lorenzo Catozzi, è accusato di omicidio preterintenzionale. Perché da un lato, anche se c’era il consenso di Andrea a essere legato, e per ipotetica estensione a subire lesioni, alla fine però il gioco è finito con la morte di Andrea. I militari stanno analizzando il suo computer. Nelle prossime ore il pm chiederà la convalida del fermo. L’autopsia del medico legale Matteo Tudini potrebbe essere fissata per venerdì. (Fonte: La Repubblica)

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IL MALE ASSOLUTO

Pubblicato da GiaNN su Settembre 9, 2008

Proprio qualche giorno fa, dopo aver sentito del possibile ritorno dell’ICI, mi interrogavo sulla serietà di sti politici che si prendono sempre più gioco di noi cittadini (ma nessuno fa niente, evidentemente ci va bene così) e spesso fanno plateali figure di merda di fronte ai media, salvo poi correggere il tiro per pararsi un po’ il culo. E scavavo nei meandri della mia memoria per ricordare le gaffes (si scrive così, giusto???) dei nostri rappresentanti al governo, e realizzavo che sul conto di Alemanno, attuale sindaco della Città Eterna,  non avevo nulla da dire. Proprio una brava persona st’Alemanno! Manco il tempo di pensarlo che vado su internet e trovo “-Il Fascismo non fu il male assoluto- Comunità ebraica contro Alemanno” (fonte: La Repubblica). Come potrete leggere in questi giorni, le reazioni, ovviamente, sono state aspre e molto critiche nei confronti del primo cittadino romano, che però si sa, ha sempre appoggiato il fascismo. In particolare quella di Veltroni, leader del PD, che ha anche presentato la lettera di dimissioni dal comitato per il museo della Shoah, presieduto guarda un po’, proprio da Alemanno. Un evidente contrsenso, ma si sa, in Italia le cose vanno così…

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CONTROLLI SULLE STRADE

Pubblicato da GiaNN su Settembre 6, 2008

In questi giorni si parla molto di sicurezza e di controlli sulle strade, affinchè si evitino veri e propri bollettini di guerra nei weekend o in occasione dei grandi spostamenti, o perlomeno i soliti incidenti causati da conducenti ubriachi o sotto l’effetto di sostanza stupefacenti. In particolare, si è discusso dei controlli effettuati a Verona, ai quali il ben 46% circa degli automobilisti fermati è risultato positivo, vuoi per elevato consumo di alcoolici, vuoi per consumo di droghe. Beh, che dire, indubbiaente vanno prese delle contromisure perchè non si può andare avanti in questo modo. Ma devono essere sensate, non campate in aria…voglio dire, che senso ha fare un narcotest che individui sostanze assunte fino a 36 ore prima??? Se mi faccio due tiri de na canna vuol dire che per un paio di giorni io non posso guidare??? Stiamo scherzando??? Comunque credo che il problema stia a monte, dalle menti bigotte e ignoranti di certi personaggi, che non sanno, che generalizzano, che fanno “di tutt’un’erba un fascio”. Ma il problema della distinzione fra droghe leggere e pesanti è talmente ampio da trattare che meriterebbe un articolo a parte.

Tornando al tema dei controlli, poi, è evidente come l’attuale limite consentito dal codice della strada per quanto riguarda il tasso alcoolico nel sangue sia troppo basso. Insomma, alla fatidica quota 0,5 ci si arriva in maniera semplicissima, senza che il diretto interessato sia effettivamente ubriaco. Credo che elevare un poco il limite sia più ragionevole. Altrimenti nel giro di poco tempo sentiremo parlare sempre di più di patenti che “volano” via.

Io, intanto, sto vedendo di comprarmi una bicicletta, non si sa mai…

P.S.: il pezzo che ho appena scritto può sembrare troppo di parte, contro istituzioni e controlli, però vorrei anche appellarmi alla responsabilità delle persone (non solo ragazzi/e) che si mettono al volante, affinchè non facciano la sciocchezza di guidare in condizioni alterate, mettendo in pericolo la propria vita e quella degli altri.

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RITORNA

Pubblicato da GiaNN su Settembre 1, 2008

Lu Pizzico ritorna, finalmente diranno i più!!! Effettivamente l’assenza è stata piuttosto lunga, ma era anche giusto che il sottoscritto andasse in vacanza. Poi c’è anche da dire che i ripetuti problemi di connessione che ho avuto (e che non sono stati ancora del tutto risolti, ma quasi) mi hanno impedito di spendere tempo qui su questa pagina web. Di fatti ne sono successi, più o meno importanti, però per ragioni di tempo soprattutto evito di ritornarci sopra, quindi farò finta che ci sia stato un salto temporale dal 14 luglio (data dell’ultimo breve ma doveroso post) a oggi.

Dunque, stay tuned!

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